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C’era una volta, nel cuore pulsante di un prato chiamato Smeraldo, una cicala dalle ali trasparenti che amava la musica più di ogni altra cosa al mondo. Durante le lunghe e calde giornate di luglio, mentre il sole baciava i petali delle margherite e il profumo della mentuccia selvatica riempiva l’aria, lei restava appollaiata su un ramo di salice a suonare il suo violino dorato. La sua melodia, battezzata 'La canzone del sole', era così dolce che persino le farfalle si fermavano a mezz’aria per ascoltarla, dimenticando per un attimo il richiamo del nettare. La cicala non pensava al domani; per lei, la vita era un eterno presente fatto di luce, vibrazioni sonore e gocce di rugiada cristallina da sorseggiare al risveglio. Ogni sua nota era un inno alla bellezza del mondo, un regalo gratuito che offriva a chiunque passasse sotto la sua ombra fresca.
Proprio sotto quel ramo di salice, viveva una piccola formica di nome Chicca, che portava sempre un berretto di foglia per ripararsi dal calore. Chicca non aveva tempo per la musica; le sue giornate erano scandite dal ritmo serrato del lavoro e dal peso dei chicchi di grano che trasportava sulla schiena. Con le sue zampette instancabili, faceva avanti e indietro tra il campo di spighe dorate e il magazzino sotterraneo della sua numerosa famiglia. Spesso la cicala, vedendola passare tutta sudata e affannata, interrompeva il suo concerto e le diceva: 'Cara amica mia, perché non ti riposi un po’ con me? Il sole splende, l’erba è morbida e io ho appena composto una nuova strofa che parla della brezza marina!'. Ma Chicca, senza mai fermarsi, rispondeva con un filo di voce: 'L’estate è breve, cara cicala, e l’inverno ha i denti lunghi. Se non riempio la dispensa ora, quando la neve coprirà ogni cosa, non avrò nulla da mettere sotto i denti'.
I mesi passarono veloci come nuvole spinte dal vento di ponente, e l’aria iniziò a farsi pungente e frizzante. Le foglie del salice, una volta verdi e rigogliose, diventarono color rame e iniziarono a cadere, danzando tristi nell'aria prima di toccare il suolo freddo. La cicala continuava a cantare, ma la sua voce si faceva ogni giorno più debole e tremula, come una candela che sta per spegnersi. Il sole non scaldava più le sue ali e i fiori, chiusi nei loro bozzoli sotterranei, non offrivano più riparo. Mentre Chicca sigillava l’ingresso del suo formicaio con una solida pietra rotonda, assicurandosi che all'interno ci fosse abbastanza cibo per tutti, la cicala si ritrovò sola, con il suo violino ormai muto e lo stomaco che brontolava per la fame.
Una mattina di dicembre, una soffice coperta di neve bianca avvolse il prato Smeraldo, trasformandolo in un mondo silenzioso e immobile. La cicala, tremando dal freddo e con le ali appesantite dal gelo, si trascinò faticosamente fino alla porticina della formica Chicca. Bussò piano, con un battito d’ala quasi impercettibile: 'Toc, toc... c’è qualcuno?'. Dopo qualche istante, la porta si aprì leggermente e apparve il musetto curioso di Chicca, avvolto in una calda sciarpa di lana rossa. 'Chi è che disturba il nostro riposo?' chiese la formica. Quando vide la cicala così pallida e infreddolita, il suo cuore gentile, seppur abituato alla disciplina del lavoro, si strinse per la commozione. 'Sono io, la tua vicina musicista', mormorò la cicala con un filo di voce, 'non ho nulla da mangiare e il freddo mi toglie il respiro'.
Chicca la guardò con un misto di severità e dolcezza, ricordando le lunghe ore passate a faticare mentre la musica le teneva compagnia. 'Ti ricordi quando ti avvertivo che l'inverno sarebbe arrivato?' chiese la formica, invitandola comunque a entrare nel caldo corridoio profumato di semi tostati. La cicala abbassò il capo, stringendo al petto il suo violino: 'Sì, me lo ricordo bene. Ho cantato tutto il tempo, senza pensare che la bellezza non potesse sfamarmi'. Chicca sorrise e, prendendola per una zampetta, la condusse nella sala da pranzo dove le altre formiche stavano gustando una zuppa di chicchi d'orzo. 'Hai ragione', disse Chicca, 'il pane nutre il corpo, ma la tua musica ha nutrito il mio spirito durante le giornate più dure. Non posso lasciarti fuori al gelo dopo che hai rallegrato la mia estate'.
Così, per tutto l’inverno, la cicala rimase nel formicaio, al sicuro e al caldo. In cambio dell’ospitalità e del cibo generosamente condiviso dalle formiche, lei riprese in mano il suo violino e ogni sera, dopo cena, suonava le sue melodie più belle. Le piccole formiche, incantate, ascoltavano storie di soli splendenti, di prati fioriti e di avventure tra i fili d’erba, sognando la primavera che sarebbe tornata. La cicala imparò l’importanza della previdenza e del lavoro, promettendo a se stessa che l'anno successivo avrebbe aiutato Chicca a raccogliere i semi, mentre la formica capì che un mondo senza musica e senza sogni sarebbe stato un posto molto grigio in cui vivere.
Fu così che la saggezza della formica e il talento della cicala trovarono un equilibrio perfetto. Quando finalmente i primi raggi del sole di marzo sciolsero la neve, le due amiche uscirono insieme dal formicaio, pronte ad affrontare la nuova stagione con uno spirito diverso. La cicala aiutava a trasportare piccoli rametti e Chicca, di tanto in tanto, si fermava a danzare seguendo il ritmo di un allegro motivetto. Ora, nel prato Smeraldo, si dice che non ci sia musica più bella di quella che nasce dalla collaborazione e dal rispetto reciproco. E mentre il sole tramonta lentamente dietro la collina, tutto il prato si addormenta sereno, sapendo che ognuno, con il proprio dono, contribuisce alla felicità di tutti. Buonanotte, piccoli esploratori, che i vostri sogni siano dolci come la canzone del sole.
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